Acquari
Dove il mare è solo un ricordo
- L'apertura della porta
- Semi-solo
- Sigillone
- Stomatos
- Pseudostabile
- Isola
- Cuore
- Macerieria
- Mercanti (pt.1)
- Mercanti (pt.2)
- Kabir
- L'avventura
- Calabronzo
L'apertura della porta
Si stava come in autunno, ma era estate. Guardavo fuori dalla finestra di vetro temperato, osservavo i meccanici spostare il temperino-da-vetro da una finestra all'altra, faticavano nella pesante tuta di protezione. La stanza era luminosa di luce naturale, ma nonostante i raggi del Semi-Sole cercassero di scaldare quel che restava della Terra, le nebbie tossiche e la sensazione di persone sciolte limitavano la mia produzione di serotonina.
Erano passati 39 anni dalla mia nascita, e li avevo spesi interamente in quella maestosa costruzione semi-sotterranea, guardando al di fuori dei vetri nella torre in superficie, e tramite le varie telecamere dei droni di ricognizione. Avrei tanto voluto uscire e vedere il mondo al di fuori della mia comoda prigione, ma cio' che restava della razza umana era sopravvissuto solo grazie a quei moderni rifugi autosufficienti. Li chiamavamo "acquari", ne erano stati costruiti tantissimi su tutto il pianeta, ma sarebbe stato impossibile dire quanti, o quali fossero ancora attivi, le comunicazioni tra acquari erano state interrotte almeno 2 decadi fa, si poteva solo immaginare e sperare che tutti stessero bene.
2020-03-16
Semi-solo
Mi sveglio allietato dal cigolio delle mille molle del materasso, da tempo ruggini. Sulla sedia accanto alla branda, la sveglia lampeggia svogliata 00:00. Mi alzo di scatto, nel caso sia in ritardo per qualcosa. Sposto la sveglia sul letto e mi siedo al tavolino per fare colazione. Accanto al cucchiaio in titanio un po' mordicchiato, la ciotola di pseudo-cereali è strapiena, preparata con cura dal riconvertitore mentre dormivo. Ieri sera ho tagliato capelli e barba, quindi c'è più fibra del solito, e sgranocchio con soddisfazione. Alzo la tendina del finestrino, e casa è improvvisamente illuminata dai raggi del semi-sole. I raggi sono dodici su questo lato, sfavillano abbacinanti verso la punta, ma più vicino al finestrino, dove i bulloni di amiantone li attaccano alla scocca, sono rosei come il tramonto nel libro dei Cavalli Nani Parlanti. Ma non è il tramonto adesso, non è neanche l'alba. Nella cabina del semi-sole sono sempre le 00:00, mentre fuori dallo spesso vetro, oltre i bulloni ed i raggi, sulla Terra lontana vedo che è sempre a mezzogiorno.
Finita colazione, dopo un salto al riconvertitore, ripiego il tavolino e la sedia. Prendo la scatola degli attrezzi da sotto la branda, ed al suo posto spingo il mobilio appiattito. Dalla scatola prendo il diario su cui scrivo di tutti i miei sogni e pensieri, che ho portato con me di nascosto quando mi hanno assegnato alla manutenzione del semi-sole. Pur essendo un Oggetto Non Previsto, il riconvertitore l'ha sempre ricreato correttamente, ma negli anni ha iniziato a dimenticarsi dei dettagli. Il segnalibro è sparito, il disegno sulla copertina è stato sostituito dal diagramma del circuito di oscillazione stagionale, e le pagine si sono ridotte a quattro, quando va bene. Ma di questi tempi faccio pochi sogni, e penso ancora più di rado, quindi mi basteranno ancora per un po'. Annoto 00:00, l'ora a cui mi sono svegliato oggi, poi rimetto via il diario.
Il riconvertitore è ancora occupato con i postumi della colazione e non sta prestando attenzione, così prendo dalla scatola degli attrezzi l'altro Oggetto Non Previsto, quello che non approva. È un libro sottile e quadrato, ma quando lo sollevo nella luce del semi-sole, è l'oggetto più colorato di tutti i due metri per due metri per due metri di casa. Più rosso della spia che lampeggia sul filtro dell'aria, più rosa dell'amiantone caldo, più giallo del bottiglione alla base del letto, più verde degli pseudo-cereali. Più blu, molto molto più blu, della Pozzanghera delle Marianne che ogni tanto vedo dal finestrino. Il ponte di colori su cui corrono i Cavalli Nani Parlanti riesce sempre a farmi sorridere, e in un attimo mi perdo a sfogliare il racconto.
Uno scoppiettio più forte degli altri mi riporta alla realtà: il riconvertitore ha quasi finito, e di corsa rimetto il libro sul fondo della scatola. Faccio appena in tempo ad invertire il mio sorriso quando, con una lunga pernacchia, dalla fessura più vicina esce la lista delle manutenzioni, ordinate per priorità. Prima pulire, lucidare e massaggiare il riconvertitore, poi controllare i 168 raggi del semi-sole, e se avanza tempo dare un'occhiata al filtro dell'aria. Sulla parete, l'occhio del riconvertitore ammicca con la sua palpebra meccanica. "Non ti ho lucidato ieri, Convi?"—"Sul semi-sole non ci sono giorni," gracchia l'altoparlante. Scorro di nuovo la lista, poi la butto nel riconvertitore. La pseudo-pelle di pseudo-daino è grossa come un francobollo, ci vorranno ore.
2020-04-22
Sigillone
Avevamo tre tute in sigillone fino a qualche giorno fa. Poi Chicopì me l’ha raccontata così.
Ero in turno con Foonk per il temperaggio dei vetri, l’oblò numero otto non lasciava filtrare quasi più luce. La sola regola la sai, guardarsi in faccia, sempre, ce lo ripetono ancora alle esercitazioni dopo tutti questi anni. Perché c’è un solo modo per non sbagliare e cioè ripetere, ripetere per non dimenticare e se non dimentichi non sbagli. E Foonk guardava giù, stramaledizione, su quella terra incolore che crocca sotto la tuta, ogni metro quadro interessante quanto il successivo. "Guardami", gli chiedo, ma lui sembra non sentire, ipotizzo un guasto dell’interaudio ma lo sento respirare. Sento quel vento di sabbia che va e viene dalla bocca che non vedo. No, non è un guasto. Vorrei fargli un cenno, dargli un colpo sulla spalla, ma dovremmo posare il temperino da vetro. Impossibile. ‘Basculare, compensare, flettere’, il mantra meccanico dell’esercitazione. Inutile che te lo dica, lo conosci bene quanto me. Foonk sembra stordito, gli urlo “mi guardi o no, cazzo!”, e lui concentrato nel ricevere ispirazione dalla polvere comincia a raccontarmi cose senza senso.
"Questa notte ho fatto un sogno,
parte Foonk senza sbattere mai più le palpebre.
Hai presente quel muretto che si intravede dall’oblò sei? Ecco, quel rudere era ancora in piedi, una casa completamente verde, un verde invasivo di qualcosa di vivo che è esploso, e io non so proprio come me la sono immaginata una scena del genere. E davanti all’ingresso c’era il corpo di un cane, una bestia massiccia e maculata. Io non l’avevo neanche mai visto un cane seduto… Questo rimane lì immobile, esponendo dei denti robusti in un vago sorriso sinistro ma anaffettivo".
Un cane, gli dico, … anaffettivo… ma cosa cazzo stai blaterando, e cosa vuol dire anaffettivo? Foonk prosegue, immobile come quell’inspiegabile animale vivo, come se quel che avevo detto non fosse arrivato a destinazione.
'Non ti preoccupare', mi dice senza preavviso il cane, articola la bocca e dice proprio così, 'non ti preoccupare'. Per un paio di secondi di quel tempo là ho paura, paura della sua voce imparziale e distesa, paura di chiedergli senza la dovuta naturalezza del caso: “non preoccuparti… di cosa?”. E parte una vibrazione ad alta frequenza, lievita nei timpani, poi rallenta fino a diventare fastidiosa, tremo senza poterlo evitare, tremo solidale al pavimento, a ogni granello di sabbia. Il muro si sgretola, il tetto si polverizza senza alcun rumore, senza onde d’urto. Il pulviscolo è verde, fittissimo, poi nero, ubiquo, sulle braccia, fra i capelli, si infila simmetrico nelle narici. Respirerò la notte e non avrò paura d’esser solo.
Foonk dice proprio così, sì. Con gli occhi bassi e spalancati come glieli avessero sparati in faccia da distanza ravvicinata con un fucile a convulsione. Io lo lascio finire perché era anche convincente, poi sto per urlargli di darsi una regolata e per chiedergli se ha ancora passato la notte con Alkasta quando Foonk infine solleva il collo e aggancia i suoi occhi ai miei, e allora penso ooohhhh, finalmente cazzo, finalmente si è ricordato, ci siamo, che paura m’hai fatto prendere. Finalmente possiamo finire il temperaggio, cioè cominciarlo. Gli dico ‘dai!’ e comincio ad oscillare in modo che Foonk si sincronizzi così possiamo applicare con cautela lo smeriglione al vetro e azionare il sopravvuoto. Lo sai benissimo come funziona. Ma Foonk che non smette più di guardarmi fa un respiro profondissimo, assorbe attraverso il naso tutta l’aria pura che la riserva dell’erogatore gli consente, si gonfia e si solleva. E per erigere la schiena in tutta l’estensione molla la presa dal temperino e squadra le spalle sopra i polmoni saturi d’ossigeno, azoto e poco altro. Io mi aspettavo di tutto ma non questo, non che mollasse, e allora devo lasciarlo cadere anche io, lo sai quanto cazzo pesa, no? Lo sto ancora guardando quando lo smeriglione si torce verso la gamba sinistra di Foonk, aderisce alla tuta e succede tutto in un istante. Gli occhi si sono riempiti di notte, Foonk non ha più espirato e si sé sciolto. E’ caduto a terra, il classico rumore soffocato del sigillone che impatta il suolo.
Chicopì si è fermato, forse perché i fatti da raccontare si erano esauriti. Gli occhi sgranati e vibranti, come glieli avessero sparati in faccia da distanza ravvicinata con un fucile a contrazione, dicevano che non era ancora tempo per continuare.
“Quindi adesso ne abbiamo soltanto due?”, gli ho chiesto.
“S-si”, ha incespicato Chicopì.
2020-04-25
Stomatos
Giorno dopo giorno, anche dopo diversi giorni, in pratica dopo n-giorni il mondo era ancora come sembrava prima di n-giorni, diciamo n-x giorni, con x=a, ed a un numero abritrario < di n. Temperare i vetri, mantenere efficiente il proprio sigillone, proteggersi dal Semi-Sole, scheggiarsi le dita con i legnetti da scheggiatura, dormire e ripetere il giorno successivo (n+1). Ogni tanto capitava un evento fuori dal comune, qualocosa con la facolta' di interrompere la monotonia e regalare a tutti momenti di svago. Era il caso del raduno dei mercanti, unico momento in cui era consentito anche ai non addetti di uscire al di fuori dell'acquario, sfidare l'incombente scioglimento delle persone, e passare qualche ora di deliberata socialita'. Il raduno dei mercanti era qualcosa di simile ad una fiera, a cadenza variabile, i nomadi mercanti si spostavano da un acquario all'altro, con la loro lunga carovana di mezzi di trasporto per merci e novita'. Il calendario polinomiale segnava l'arrivo dei mercanti in un intorno del giorno dopo quello successivo (n+2), e come si poteva immaginare, tutti nel mio acquario sentivano un brivido di eccitazione mista a speranza e paura per lo sciogliemento delle persone.
Quel giorno arrivo', l'osservatore del mio acquario diede il segnale acustico, tutti erano gia pronti con la propria tuta di protezione, Alexander Magistrale, Direttore del mio acquario, in prima fila attendenva l'arrivo dei primi mercanti, visibili in lontananza dal visore di cose lontane. Io uscii con calma, non mi piaceva l'attesa, aspettai che il mercato fosse sistemato tutto attorno alla cupola di vetro, per poi osservare il tutto e decidere dove andare. Avevo letto molti rapporti scritti dopo i precedenti mercati, tutti dicevano di guardarsi bene dalle truffe e cercare solo cose utili e sane. Non avevo dubbi, dopo aver ossservato che questa volta il convoglio di Trismegistotele era davvero parte del mercato, sapevo che sarei andato da lui.
Percorso il ponte principale della cupola, uscendo sentii il sumore delle fronde, e il suono dello sciogliemento delle persone provenire da lontano, sapevo di avere solo alcune ore prima di iniziare a sciogliermi, e decisi di fare in fretta. Giunto al gazebo di Trimegistotele, a bocca aperta guardai la sua merce con stupore. Trismegistotele era il piu noto commerciante di gengive della storia. Aveva gengive di ogni tipo, dalla gengiva verde del Ratto delle sabine, alla gengive possenti del'Uomo piu forte del West. Osservai tutto con calma, ma quella scatoletta blu di prussia mi ispirava, era l'unica scatola sul bancone non ancora aperta, era l'unica scatola che non lasciava vedere il contenuto (che e' un rafforzativo del concetto che non fosse aperta). Presi la scatola in mano, il blu di prussia era in realta una tonalita nascosta di blu di metilene, ma da lontano non si poteva distingurere. Il peso della scatola era superiore alla logica, per qualcosa di cosi piccolo, e sopratutto di tale indecifrabile blu, un blu incredibile. Potevo immaginare che contenesse qualche tipo raro di gengive, ma senza aprire non era possibile saperlo. "O Trimesmegistotele, sommo o divido in base a quello che e' richiesto dal momento matematico, ma non riesco a capire cosa contiene la scatola di questo blu" Trismegistotele, girandosi verso di me, intimo' "di cose sensazionali colmerai la tua vita una volta entrato in possesso del blu contenitore, ma non puo essere aperto prima dell'acquisto, e non e' mia intenzione rivelare il contenuto".
La curiosita' e le parole di Trismegistotele mi avevano convito. Procedetti all'acquisto, feci la scansione oculare con il chip di credito e in men che on si dica tornai nell'acquario, colmo di speranza e buoni propositi, desideroso di aprire la mia scatoletta blu, un blu incredibile. Non lo avrei fatto da solo, decisi di chiamare i miei pochi amici, mandai un impulso ai convertitori, con la richiesta di convertire la propria serata in una serata diversa in mia compagnia con la promessa di "cose sensazionali colmeranno la vostra vita".
2020-05-12
Pseudostabile
Ho percepito la fine della mia vita privilegiata nell’istante fluorescente in cui il rettore Preemo ha smesso di cercarmi dal momento che mi aveva trovato nella stanza dell’ArchivIT. La sua faccia era la faccia di qualcuno che stava per pronunciare le parole che avrebbe poi detto. Occhi equidistanti dal setto, narici spianate, bocca orizzontale e serrata in attesa di aprirsi.
“Devi andare tu, adesso”.
L’inflessione pacata ma inevitabile di quell’ ‘adesso’ non implicava che dovessi alzarmi dalla sedia in legname entro pochi secondi dalla chiusura successiva della sua bocca. Ma che non era rimasto essere umano maschio in buona salute addestrato al temperaggio mentalmente pseudostabile al di fuori di me da far subentrare alle manutenzioni esterne. Alkasta non si trovava da giorni, ma nessuno lo aveva cercato. Nessuno pseudostabile avrebbe mai permesso ad Alkasta di uscire là fuori, comunque. Le pupille del rettore Preemo si muovevano coordinate e tradirono con breve anticipo la direzione presa poi dal corpo, che partendo da un primo passo riattraversò la porta coi successivi due e lo condusse ovunque la mente desiderasse condurlo. Sono rimasto incerto, e in quanto incerto, piantato sulla sedia. Ammetto che nulla mi sorprese, l’esito era prevedibile. Ma anche quando le conseguenze ovvie si sviluppano nello stesso modo in cui le avevi immaginate è sorprendente vederle prendere vita al di fuori dello spaziotempo controllato della speculazione. Avrei perso del tutto il mio ruolo di esploratore dell’ArchivIT? Avrei potuto saltuariamente accedervi per proseguire le ricerche già in corso? Per esempio l’analisi dei file musicali dei predecessori erano confluite in un interessante sottogenere ritmato e parlato fitto da antichi umani che evidentemente avevano molta urgenza di far sapere numerosi concetti. E nella foga e nella fotta evidenziavano radiose lacune di chiarezza espositiva. Molte di queste espressioni mi erano incomprensibili, ma col tempo avrei di certo individuato una logica di decodifica per roba del tipo se i fiacchi emcici non ti fanno più zero pare senti il sintomo si può svoltare in fretta tu già sai qui chi v’è è Chico Snefs granfinesse fa star beb-ben, le linee di testo in rima erano ideali per essere ricordate e ripetute e spesso non mi abbandonavano per giorni. Se ripeti non dimentichi e se non dimentichi non sbagli.
E allora poco dopo sono fuori con Chicopì, i nostri sigilloni fumanti sembrano la fonte della nebbia multilaterale. Chicopì bascula e mi guarda ininterrottamente, come ci hanno insegnato, come fossi la persona la cui vita vale quanto la sua. Respiro affannato e sincrono alle oscillazioni concentriche dello smeriglione e mi sovviene vengo da una zona dove l’aria non è buona, e cerco di ricordarmi il resto, cerco di seguire il flow adeguandolo al ricorrere di flettere e oscillare finché il vetro dell’oblò sei è temperato ed uniforme come un occhio cieco che ignora l’insensatezza dei destini. Posiamo concordi il temperino, che al termine dell’operazione pesa sempre di più pur non modificando mai la sua natura molecolare. Il cuore è il kit di batteria che pompa sangue e d’improvviso avverto la sensazione di persone sciolte. Ma Chicopì è integro e sfinito a un metro da me e continua a guardarmi con un’insistenza che turberebbe in altri contesti. E' come un presentimento vagamente diverso mixato nel balordone della pulsazione. A una decina di passi da noi vedo qualcosa a terra.
“No, non ti ci mettere anche tu, eh! Dove cazzo credi di andare?!”, mi urla Chicopì nell’interaudio distorto al primo passo di allontanamento.
Estendo una mano aperta verso di lui, un gesto che dovrebbe tranquillizzarlo per qualche ragione, tanto che continua a seguirmi solo con lo sguardo. In una pozza di materiale oscuro che ribolle, le sagome di due cani sciolti. Cani sciolti nelle città alzano il volume con il bum-bum-cha.
“Sono cani. Cioè, erano cani, credo”.
“Cani… non se ne vedevano da parecchio”, mi risponde Chicopì che infine mi regala i primi secondi di libertà dal laccio del suoi occhi.
“Anticipano qualcuno, qualcuno non ancora sciolto”, continua mentre siamo di ritorno, estremità mobili del temperino che ha raggiunto il peso dell’osmio obeso.
E intanto il numero dei cani sciolti sta salendo, se ancora non li vedi è una questione di tempo.
2020-05-24
Isola
Appoggiata senza voglia ad un grosso bottone rosso, Isola guarda l'accampamento accartocciarsi e riavvolgersi, rientrando nella fiancata del mercantile. Gazebi, tende, e panche si appiattiscono come cactus sgonfiati, per poi piegarsi, lungo linee ben segnate, in blocchi compatti di telo anti-polvere e struttura metallica. Il cigolio infernale del meccanismo è attutito dalla tuta, ma le vibrazioni ed il pulsare del motore salgono lungo il braccio e la spalla. Il sigillone che la protegge dallo scioglimento vibra a sua volta, e la polvere accumulata dal mattino si alza attorno a lei in una nuvola rosea.
L'ultimo braccio telescopico si ritrae assieme alla cantina pieghevole, ed il fianco del mezzo si chiude in uno stridore finale di pistoni insabbiati. Nelle tre stagioni in cui lo ha seguito come apprendista mercanta, Isola non ha mai visto Trimegistotele pulire od oliare nessun meccanismo, neanche dopo le polverate di fine estate. Il capo ed il mercantile si assomigliano nell'abbondanza di rumori sospetti, nel loro muoversi lentamente, nelle grosse scaglie superficiali che si sfogliano. Lo guarda ora girare attorno al lato opposto del mezzo, cercando di capire se zoppichi ogni sedici passi, così come l'energione perde ciclicamente un colpo.
Isola sigilla il pannello dei bottoni rossi, percorre un semicerchio attorno al muso del mercantile, e si siede sui gradini della cabina. È stanca e sudata nello scafandro malamente condizionato, ma la giornata è quasi al termine. L'ultimo semi-sole della settimana, quello con numerosi raggi spenti, si sta abbassando sull'orizzonte. Sarà il primo a sorgere domani, marcando l'inizio della nuova stagione. Con quella saranno due anni fuori dall'acquario, lontana da casa.
Trimegistotele la sorprende bussandole sul casco, ed indica la porta con il braccio di riserva: "Gentile Isolante, di rientrare il momento è arrivato. Scavalcarti non posso, ma fuori se vuoi puoi restare." Isola si fa da parte per lasciarlo salire, ma non ha nessuna intenzione di restare fuori ad aspettare l'oltrenebbia. Quando lo scambiatore d'aria segna nuovamente libero, lancia un ultimo sguardo al semi-sole monco, e segue il capo dentro al mercantile.
2020-06-20
Cuore
Volevo appoggiare il libro e smettere di leggere, mi mancavano un centinao di pagine, quindi non avrei comunque mai saputo chi fosse stato ad assassinare la Signora Rosa manipolando i comandi del suo aereo da guerra, ne cosa fosse successo nei pressi del Tiglio Argenteo da causarne un esplosione dal sapore di Lana Merinos. Sconsolato per la mancata conclusione della storia, dovevo leggere qualcosa che si potesse concludere, preso il grande tomo dal titolo " I soldi nel fango" (Storia della Numismatica da Palude), placai la mia ossessione per le conclusioni andando subito all'ultima pagina per leggere il punto finale sulla situazione delle monete nei mondi umidi, e fui felice.
I libri erano rari, i libri intatti erano molto rari, i libri intatti interessanti erano rarissimi, I libri intatti interessanti completi erano praticamente impossibili da trovare in un mondo che aveva trasferito tutto il sapere su banchi mi memoria, gli schermi avevano sostituito le pagine le immagini l'immaginazione, e nemmeno l'ultima invezione " Il libro cuore" non mi aveva entusiasmato. Certo, sapere che qualcno aveva inventato un libro che poteva servire anche da organo vitale per garantire la cirolazione del sangue non era da poco, ma faceva parte di quelle cose a cui l’umanita era arrivata perche ormai non c’era piu niente da inventare. L’impossibilita’ di trovare stimoli per la mia mente curiosa mi aveva portato alla ricerca di cose del tutto insolite, come la rinnovata passione per le storie delle gengive e l’inevitabile interesse per il lavoro di Trismegistotele, un eroe d’altri tempi.
Avevo letto la sua biografia avidamente, mi ero entusiasmato nel leggere I suoi racconti avvincenti, I suoi viaggi le sue scoperte. Vendere gengive leggendarie era qualcosa che Trismegistotele aveva iniziato a fare solo negli ultimi anni, come culmine di una vita di avventure. Poche ore prima ero entrato in possesso di quella scatoletta blu, avevo stretto la mano al mio eroe, e avevo invitato I miei amici a partecipare all’apertura della scatoletta. Tante cose tutto in un giorno, troppe per un giorno solo.
Accesi il generatore di tempo libero per aggiungere alcune ore al giorno, inserii I parametri “Richiesta di 3 ore aggiuntive da sottrarre a N+1, con N=oggi”. Il generatore inizio’ a lavorare sulla mia richiesta e in breve presento’ la propria soluzione: “Ritardare il sonno di X ore, con X=3”. Conclusa la preparzione temporale, iniziai a sistemare il mio modulo abitativo per accogliere i miei ospiti, che come ospite avrei ospitato. Il telecomando delle pareti a LED era semplice da usare, bastava pronunciare poche parole per veder le pareti di casa adattate al comando vocale. Feci alcune prove per controllare che non fosse bloccato sul “grigiume” che normalmente lasciavo impostato. “Ocarine del mondo su parete Nord” dissi al piccolo microfono, e subito diversi modelli di ocarina apparirono su una delle cinque pareti del mio modulo abitativo pentagonale. Felice del risultato completai l’impostazione dei restanti quattro muri con “ Scene di caccia al Cerviolone”, “Colori dell’estate in Andalusia”, “Tubicini”, “Costanti matematiche spesso trascurate come quella di Boltzman”.
Mancavano solo poche ore all’arrivo dei miei amici, la mia agitazione era alle stellle. Avevo invitato il Professor Gremaudio, stimato programmatore di pomeriggi altrui, e il Dottor Francesio, inventore dei nomi propri di persona radioattivi, che per me erano semplicemente amici e fratelli di una vita.
2020-06-29
Macerieria
L'uomo si affrettava nel corridoio male illuminato, un grosso scatolone fra le braccia. Alto quasi fino al naso, lo costringeva ad allungare il collo per vedere il pavimento su cui erano sparsi rottami di tutti i colori: marroni, grigi, e neri. Magro, mezz'alto e di media età, era avvolto in un paio di pantaloni a collo alto, rattoppati in più punti. Disegnato sulla schiena, fresco di pennarellone, c'era lo schema di una molecola di azolo, che lo identificava come assegnato alla Manutenzione Ventilazione, un'altra dimensione, o un'altra divisione, degli abitanti dell'acquario. Alla divisa mancavano però il casco ed il ventilatore necessari a chi lavora nelle tubature e negli scarichi. Era quindi pazzo, oppure fuori turno. Si stava dirigendo verso il fondo del corridoio, dove un'insegna luminosa marrone chiaro indicava l'entrata di un negozio. L'uomo raggiunse la porta e, bilanciando lo scatolone su un ginocchio, spinse il maniglione con la mano libera. Una pungente sensazione di anti-panico lo attraversò dalla mano fino al piede sinistro, poi la porta si aprì, ed entrò nella Macerieria.
"Buon periodo di veglia, Dottor Francesio!", esordì gaudioso il maceriaio da dietro al bancone. Indossava un grembiule rigido di amiantone, segnato e scalfito dal frequente sfuggire di mano di pericolosi attrezzi. Al momento brandiva un grosso paio di pinze, con il quale si apprestava ad estrarre un tondino di acciaio da un'anziana signora in cemento armato. Due sacchetti strapieni, anch'essi in cemento, erano appoggiati accanto sul bancone, le maniglie ritte verso l'alto come se due mani invisibili li stessero sollevando. "Che meraviglia, Borlaldo!", rispose l'uomo da dietro lo scatolone, "Da quando arriva? Che ottime condizioni!".
Borlaldo era il maceriaio del Livello 11, il più vicino agli scavi che le talpe avevano iniziato poche settimane prima. L'acquario aveva spesso bisogno di nuovi spazi dove depositare le rocce estratte durante altri scavi, e di tanto intanto gli addetti si imbattevano in artefatti e resti del passato. Materiali utili venivano portati in macerieria per essere riciclati, ma Borlaldo si era fatto amico di tutti gli operatori di talpe dell'acquario, e li aveva convinti a maneggiare con cura artefatti e fossili, e a portarglieli interi. Con certosina maldestria disassemblava le macerie, estraendo i materiali utili per la vendita, e poi le rimetteva assieme. Il corridoio davanti al suo negozio era diventato un deposito di queste ricostruzioni, una specie di museo, e causa di mille inciampi.
Il Dottor Francesio ascoltò il maceriaio raccontare come le Talpe avessero trovato una faglia, strati di rocce inaspettati, e fra questi numerosi resti: pezzi di edifici, ricchi di cemento e vetro; fossili di oggetti metallici, inclusi grandi cestelli con quattro ruote, di cui restava solo l'impronta rossastra nella pietra. E fra questi l'anziana di cemento, quasi intera, con i due sacchetti. Gli scavi erano ancora in corso, ma l'opinione era che i resti provenissero dall'Età della Spesa, concluse Borlaldo. Il Dottore fletté le ginocchia, ed appoggiò il suo carico alla base del bancone. "Questa persona di pietra starà benissimo davanti al negozio, non vedo l'ora di inciamparci dentro in futuro!" "Dottore, guardi, tale è la grazia di questa anziana, che pensavo di portarla nel mio appartamento. La dipingerò di grigio, ed il mio compagno sarà estasiato! Ma mi dica, cosa posso fare le per lei?"
"Deh, Borlaldo! A breve visiterò un mio importante amico, e desideravo portare con me, oltre al tradizionale scatolone, un degno dono. Ahimè, gli ho già regalato un nome proprio di persona radioattivo, e non mi viene in mente altro. Cosa mi suggeriresti? Forse un filo di metallo con poca ruggine, oppure una maceria dagli spigoli vivi?"
Borlaldo, impietosito dalla difficile situazione in cui si ritrovava il coaquariano, abbandonò le pinzone sul bancone con un tonfo, poi percorse la breve distanza fino alla porta sul retro, senza distogliere lo sguardo dall'altro. "Forse ho quello che cerca, Dottore. Ma deve essere pronto ad un passo importante." Il Dottor Francesio annuì, il viso come improvvisamente illuminato dal semi-sole. "Mi segua, Dottore", disse il maceriaio, e fece strada nell'altra stanza.
2020-07-12
Mercanti (pt.1)
Un ronzio satinato mi svegliò nella serra dove mi ero addormentato, mi tranquillizzava riposare vicino alle piantine di pomodori che crescevano a velocità impercettibile e silenziosa. Le prime polveri dorate frusciavano contro il vetro dell’oblò sei al sorgere dell’alba sbiadita. Le dune arrotondate mutavano forma con la stessa rapidità dell’umore di Alkasta. Che chissà dov’era. Senza essere preannunciata la cornucopia del rettore Preemo risuonò solenne in ogni stanza dell’acquario. Invasione, pericolo generico, matrimonio o mercanti, queste le possibili cause. Non si vedevano nostri simili da prima che io nascessi e non era in previsione nessuna cerimonia interna, quindi la conclusione mi fece balzare d’istinto verso l’oblò. La massa indistinta dei cumuli flagellata dalla bufera perenne si scuriva in un punto a sud-ovest. Non c’erano più dubbi. Corsi senza altri pensieri per corridoi e scale fino alla stanza del rettore. Lo trovai alla sua scrivania mentre tra torri di carte da archiviare divinava il futuro nei resti della colazione appena terminata. Senza che potessi anticiparlo mi disse sbrigativo:
“Vai a cercare Chicopì. Devi andare tu, adesso. E bel pigiama.”
E’ curiosa la sensazione di parole già dette, ti porta contemporaneamente in due punti distinti del tempo nascondendo gli indizi per correlare le due estremità. Corsi indietro per scale e corridoi e Chicopì mi sollevò dalla questione di doverlo trovare.
“Ma bella storia oh!”, mi sorrise.
Non pensavo l’avrei visto rasserenato così in fretta. Ci vestimmo a vicenda nella camera a pressurizzazione adiabatica con gli ultimi due sigilloni rimasti. Ci guardammo negli occhi, come previsto dalla procedura. Poi Chicopì spinse col palmo aperto l’interruttore della porta ermetica, che aprendosi smise momentaneamente di esserlo.
Ogni passo nella vacua melassa fumosa appesantiva infinitamente i nostri baricentri instabili, ma la macchia nera all’orizzonte cominciava ad assumere contorni riconducibili all’opera dell’uomo e ci instillava l’energia necessaria a proseguire. L’ocra turbinante recava un’ombra mobile. Un uomo imponente fermo sulle gambe fissate a un piedistallo cubico si dimenava convulso reggendo qualcosa. Sembrava in preda a spasmi di dolori atroci, si piegava in avanti, poi slanciava la schiena indietro e la roteava attorno al bacino fino a ricurvarsi avanti. Ad ogni nostro passo la figura acquistava definizione, e potemmo distinguere via via le guance paonazze pronte ad esplodere e la curva dorata dello strumento che stringeva fra le mani. Era Mor Deglia, il mitologico suonatore di trombetta otturata, abitatore dei sogni proibiti delle donne che ancora respiravano. Si diceva fosse suo il suono della tempesta d'aria calda che attaccava gli acquari, sua la disperazione sonora che setacciava senza tregua i cunicoli uditivi nelle nostre notti. Infine si manifestò la prima zampa tridattila dell’imponente cavalcatura di Trimegistotele, capo apodittico dei mercanti:
“Siate benvenuti e gonfi di danari e vanità, oh maledetti abitanti della terra. Vi offriamo tutto ciò che conosciamo e lo svago di scoprirlo, finchè l’aria dei vostri serbatoi non si esaurisce. Per un equo prezzo da contrattare.”
Mercanti (pt.2)
Con un gesto aperto del braccio che lasciò per un attimo le redini ci invitò a superarlo e proseguire verso l’accampamento. Passavamo faticosamente fra le tende ancorate alle corde tesissime attirati dalle meraviglie sconosciute dei mercanti. Ci fermammo a salutare Trogolieu, il cuoco che sapeva trasformare l’odio in ramen. Mio padre mi aveva insegnato anni prima nelle nostre visite al mercato a soffermarmi a lungo sugli avventori.
“Giudica l’animo umano senza pregiudizi, poi confronta la tua idea con l’abbondanza delle loro ciotole, e scopri quanto ci sei andato vicino”.
Un viandante consegnava due spade al contrarrotino perché le spuntasse rendendole inoffensive, un altro era seduto sullo sgabello di Samovar, che scolpiva nella mente idee false, un toccasana per curare anche solo per un momento chi aveva varcato la soglia dell’insopportabile. Vidi da lontano Chicopì che analizzava le cianfrusaglie esposte sul banco di Tremegistotele, il trafficante di gengive. Lo raggiunsi passando esternamente alle tende, costeggiando il recinto dei maestosi tacchini gloglottidi, che rimanevano immoti e con gli occhi serrati per difendersi dai prioiettili di sabbia. Probabilmente dietro i loro impenetrabili sbuffi dalle narici nodose nascondevano la speranza di essere soltanto sellati e di non finire sulle griglie arroventate dei mitologici banchetti delle carovane. Chicopì intano soppesava un’arcata superiore di idraulico delle paludi, merce attraente per certi sciamani ma di dubbio interesse per un manutentore di vetri temperati. E un’apprendista che non conoscevo restava schiva vicino all’ingresso della sua cabina con il pannello dei bottoni rossi aperto verso l’esterno. Con un cenno del capo provai a chiamarla, lei si toccò il lato del casco col dito indice avvolto dal guanto in sigillone. Attivai allora l’interaudio cercando la sua frequenza.
“Quanto vuoi per questo tubo adultero del vapore?”, chiesi.
Lo avrei regalato ad Alkasta, se lo avessi trovato. Cercava quel ricambio da parecchio, viandante desolato nei sotterranei dell'acquario. Rimase un attimo senza muoversi, ma era ferma anche prima, quindi valutai solo il prolungarsi dell’immobilità.
“E’ un tubo adduttore, va insieme a quella precamera di raffreddamento, non separo il lotto”, mi rispose, facendo notare di sapere il fatto suo.
Concordammo un prezzo. Mi disse di aspettarla un attimo e rientrò nel mercantile. Chicopì ormai era immerso in un viaggio mentale silenzioso fra premolari di truppe caucasiche e dentiere in giada pelosa, ma trovò qualcosa che si affrettò a infilare nella tasca del sigillone. Cambiare la frequenza dell’interaudio per insultarlo avrebbe richiesto troppo tempo e dargli uno scrollone era pericoloso sotto troppi punti di vista, per cui non dissi niente, e la ragazza stava già uscendo dal mezzo. Sudavo a profusione quando protese la mano:
“E’ un adattatore universale per la serpentina. Non so a cosa lo devi collegare, ma è bene avere a disposizione tutte le possibilità”.
“Non lo so neppure io, ma concordo sulla tua linea teorica. Adesso ce ne andiamo, grazie”.
“Torno a resettare quell’energione, perde ciclicamente un colpo. Addio”, concluse.
Tirai via Chicopì per un braccio formulando l'idea di tornare immediatamente all’acquario.
Kabir
Ci fu una esplosione roboante, una intensa luce color vermiglio distubro' tutti gli schermi delle telecamere di sorveglianza, l'acquario venne scosso dall'interno come una scatola di cereali come quando colui che la brandisce vuole sincerarsi dell'abbondanza del contentuo provocando uno scuotimento dei cereali. Fu solo dopo alcune decine di minuti che il danno alla struttura vitrea venne scoperto, una crepa nel pesante vetro temperato si era formata come conseguenza dell'onda d'urto. Io ero stato recuperato dall'unita' medica molti metri olte il punto di atterraggio standard calcolato dal simulatore di esplosioni. Tutti gli abitanti dell'acquario avevano dovuto completare quel tipo di accertamento, in caso di esplosione tutti dovevano sapere il proprio punto di atterraggio stimato. Moltiplicando questa informazione per tutti i possibili tipi di esplosione, considerando tutti i luoghi possibili, e la probabilita' che una esplosione si verificasse in un giorno in cui le esplosioni erano consentite, avevo dovuto memorizzare davvero una quantita assurda di dati. Sebbene la padronanza della statistica aveva reso gli abitanti dell'acquario consapevoli, l'esplosione di quel giorno fu anomala e inaspettata. Io mi sentivo in colpa, sapevo di aver causato tutto quel disastro, sapevo che in breve tempo gli addetti alle informazioni post-esplosione sarebbero potutti risalire a me, non mi restava che fare una cosa tanto ardita quanto due volte imprudente: prepararmi per una fuga dell'acquario. Sapevo anche che c'era poco da preparare, nel senso che cosa ci si porta per sopravvivere in un mondo in cui l'aria e poco respirabile, le persone si sciolgono dopo poco tempo e tutto appare ostile?
Una volta ringraziata l'unita' medica, percorsi il corridoio che portava all'infermieria a ritroso verso I quartieri abitativi, un serpente di metallo e luci a led che appariva interminabile. Rientrato nel mio modulo abitativo mi affrettai a raccattare quanto di piu sensato e strategico le mie facolta’ mentali turbate dalla paura mi consentivano. Presi due flaconi di olio di piombo e una grossa giara di latte di alluminio, mettendo tutto dentro lo zaino integrato al sigillone. C’era ancora posto, raccolsi dal guardaroba l’abito cerimoniale di piume di condor, la pistola Condor e la biografia di Kabir Bedi in formato tascabile. C’era ancora posto nello zaino, infilai la scatoletta blu di Trismegistotele che non avevo ancora aperto e per finire il disco ottico “I racconti di Giulio Verme narrati sott’acqua”, con tanto di dizionario “Bolle – Italiano, Italiano – Bolle”.
Corsi verso il percorso che percorrevo tutti I giorni per andare ad eseguire la mia mansione di temperatore di vetri, forse consapevole che sarebbe stata l’ultima volta.
2020-08-10
L'avventura
Il retro della macerieria era simile al corridoio davanti ad essa, ma più denso. Il pavimento era coperto di artesfatti in diverse condizioni di rifacimento. Odore di colla e vernice si mischiavano in un possente tanfo di solventi. Borlaldo faceva strada zigzagando confidente, seguito da un più incerto Francesio che, in punta di piedi, cercava di evitare i rottami più appuntiti. Il maceriaio raggiunse infine lo scaffale sul fondo del locale, salì su uno sgabello a forma di sedia, ed inizio a spostare scatole sul ripiano più alto.
"Deh, Borlaldo, cosa stai cercando? A quale passo devo prepararmi?", chiese incerto Francesio. "Il problema con lo scegliere un regalo, petunio Dottore, è che c'è un numero finito di oggetti dentro all'acquario. E nel passare dei secoli sono stati tutti regalati da qualcuno a qualcun'altro, più di una volta. Ogni regalo è quindi riciclato, ed indegno di un vero amico." Borlaldo era ormai dentro fino alla vita in mezzo ai pacchi sullo scaffale, i piedi a mezz'aria. "Ma c'è un modo per trovare un regalo mai regalato." I piedi sparirono fra le scatole, mentre la voce si faceva più lontana. "Quando ho deciso di trasformare il mio negozio in macerieria, ho messo da parte, qua nel retro dello scaffale, gli strumenti più utili che mi restavano. Dottore, se la sua è una vera ricerca, le serviranno." Un tonfo più sordo, poi le braccia tatuate di cicatrici del maceriaio spuntarono dallo scaffale, stringendo un contenitore trasparente. "Oh, che negozio tenevi prima della macerieria?" domandò il Dottor Francesio, ancora incerto da prima, mentre l'altro scendeva infine dallo scaffale, ed appoggiava il contenitore sullo sgabello. Borlaldo sollevò il coperchio, infilò una mano nel lanone di vetro che imballava e nascondeva il contenuto, e poi estrasse un respiratoio automatico, ed un secchiello da persone sciolte. "Dottore, io ero l'ultimo degli Avventurologhi. E questo è il kit della mia divisione: tre secchielli, tre respiratoi, tre sigilloni avanzati. Nessuno li voleva più."
L'esplosione sorprese Francesio a bocca aperta, cosa che probabilmente gli salvò l'udito. Borlaldo fu sbalzato in aria, ed atterrò in una vecchia poltona che si trovava esattamente nel punto di atterraggio pre-calcolato. Ma il Dottore, che non aveva mai pensato di visitare il retro della macerieria del Livello 11, cadde in mezzo alle macerie puntute e scheggiate. Rialzatosi con dolore, si ritrovò in mano il contenitore di Borlaldo, che lo spingeva verso l'uscita gridando: "Vada Dottore, vada di corsa. Questo retro non è omologato per due persone durante le esplosioni. Porti alla luce questo kit, e vada a trovare il degno Regalo!"
Francesio borbottò un ringraziamento, ma Borlaldo non sentiva nulla, assordato dal precedente botto. Kit in braccio, usci dal negozio e si ritrovò in un corridoio pieno di macerie, esattamente come prima. La scossa le aveva smosse tutte però, ed il relativamente agibile sentiero che aveva percorso per raggiungere la macerieria era sparito. Sotto le luci lampeggianti di emergenza, le ombre continuavano a muoversi. Francesio guardò il contenitore fra le sue braccia, poi il corridoio, poi inspirò eccitato. Era andato in cerca di un Regalo, ed aveva trovato l'Avventura.
2020-08-30
Calabronzo
Chicopì mima qualcosa, muove un braccio, forse apre e chiude la bocca. Vedo per un attimo il quadrante del rilevatore che segnala intermittente 5 – 28 – error 06 prima di perdere i sensi chissà dove.
Non so quale parte del corpo ascolti i vibrorumori, ma la mia pancia, all’improvviso, fremeva. L’attenzione si traferì subito sulla sensazione di trovarmi all’interno di un nido di calabronzi speziati frustato da una mazza da baseball. Non esiste una quantità di tempo calcolabile fra quando il primo granello di sabbia si infranse contro la tuta e quando un triliardo di altri replicarono la stessa fastidiosa proiezione. So che il fondo del deserto già tremava sotto di noi come il sintomo di una febbre tropicale planetaria nel momento esatto in cui Chicopì che cercava il mio sguardo lo trovò alla ricerca del suo. La sincronia fulminea di chi tempera il vetro in coppia, bascula, applica lo smeriglione e aziona il sopravvuoto, un singolo battito d’ala di calabronzo nell’infinita sequenza di battiti di quel giorno.
Chicopì è in ginocchio, si muove nervoso e scomposto come Mor Deglia nella tempesta. Non saprei dire se sono in piedi, supino, prono, sveglio. Il quadrante del rilevatore illumina in rosso error 06. Quindi riprende da 5, 28…
Poi arriva. Chicopì allunga la sua mano verso di me, ma invece di avvicinarsi si allontana progressivamente. Il rumore gonfia, un gavettone attaccato al rubinetto della confusione aperto a smanubrio. Tutta la vibrazione contenibile in un udito umano è lì. Chicopì parte, è già lontano. Poi la terra si stacca anche dai miei stivali mentre guardo in basso. L’intorno perde definizione, Chicopì rimpiccolisce in una direzione. Mi accorgo con ritardo che il tremore è distante ma non saprei dove, finchè tutto è fermo per un istante. Gli occhi spalancati, il dubbio senza il tempo di immaginare l’ovvio, l’aria fa il tutto usaurito nei polmoni. Il cristallino, sensazionale scatto della vita dello zoofotografo che estrae dal mazzo del movimento lo spazio bidimensionale fra due battiti d’ala di calabronzo speziato.
Chicopì mi scuote, non ho concentrazione per leggere le sue labbra. C’è qualcosa di strano, un’asimettria ombrosa. Ma non riesco a tenere gli occhi aperti nella sbornia sibilante all’interno del sigillone.