Pococonsole

La palude vi aspetta

Quinoa

I miei passi rimbombarono per tutta la stanza. Avevo chiuso la porta dietro di me con il telecomando da polso ed ero sicuro di non essere stato visto. Il locale era poco illuminato, pareti pavimento e soffitto si mischiavano nel nero della penombra mentre la cella di vetro azzurro spiccava al centro ben visibile illuminata.

Gli strumenti erano stati sterilizzati e brillavano di pulizia chirurgica. Tutto era pronto e questa volta non si poteva più’ rimandare, quella cosa doveva essere fatta come da contratto. Nel momento in cui salii il primo gradino verso quel cubo vitreo il mio segnalatore di presenza estranea inizio’ a vibrare a frequenza insistente e la cosa non mi piacque per niente. Richiusi la cella e tornando sui miei passi lasciai la stanza uscendo dal fienile e ricoprendo di paglia la porta segreta. Corsi verso l’armadietto dei vestiti e velocemente cercai di tornare la persona comune e insospettabile di sempre. Indossai i jeans la camicia e il cappello di quinoa, presi un attrezzo da acquitrino e mi preparai ad accogliere l’ipotetico sguardo curioso di qualcuno al mio cancello. Girai attorno al fienile cercando di stamparmi un sorriso sul volto, pronto a sostenere un discorso tanto inutile quanto vitale per la mia copertura.

Quando vidi chi stava di fronte al mio cancello non riuscii a trattenere un gemito di fastidio, il mio segnalatore di presenza estranea aveva fatto il suo dovere magnificamente. I miei passi si fecero più’ rapidi e decisi, un po come quando alla prima cena con i genitori della fidanzata questi servono un piatto di nervetti di scoiattolo crudi e iniziano a mangiare avidamente, mentre noi in imbarazzo ci arrampichiamo in complimenti e osservazioni false per prendere tempo, io sapevo di dover sostenere quella conversazione, ma avrei preferito i nervetti.

30-10-2014

Iguana

Spense il condizionatore e finalmente quello che credeva il silenzio lo diventò sul serio. Schiaffeggiato da una vertigine si appoggiò al muro del salotto e sentì l’attrito risalirgli la schiena alla stessa velocità con cui il suo corpo veniva attratto irresistibilmente dal pavimento. Dall’angolo in cui si trovava lo sguardo fu calamitato verso quel vuoto a forma di cane, appena sotto la finestra. Che poi non era neanche un cane, ma il punto era un altro. Dalla stessa prospettiva di Bosforo, la devastazione disordinata della stanza sembrò ancora più inquietante. Il contenuto di ogni cassetto rovesciato a terra, il tavolino basso in stile Porfirio secondo gambe all’aria come un quadrupede impagliato capovolto, la modesta collezione di dischi in vinile di un suo trisavolo tramandata di padre in figlio diventato a sua volta padre sparsa con l’agghiacciante criterio della rovina. Si immaginò per un attimo la furia e la combinazione irriproducibile di movimenti, spinte, calci e lacerazioni, ma non riuscì a distogliere gli occhi da quella cuccia vuota, appena sotto la finestra. Che poi non era neanche una cuccia, ma il punto era sempre un altro. Cosa mai poteva aver visto e memorizzato Bosforo da giustificare tutto quello sconquasso? Perché non c’era altra spiegazione.

Si alzò aiutandosi con la controspinta del muro e riguadagnata la posizione eretta fu attratto da due cose, il collare senza laccio di Bosforo (non aveva mai accettato di considerarlo un bieco telecomando) e la radiazione azzurra del globo luminoso sulla copertina di ‘Total eclipse of the heart’, una vecchia canzone di una certa Bonnie Tyler che nessun dispositivo avrebbe mai più saputo riprodurre. Spense la luce, e il vuoto sotto la finestra assunse la sua forma più pura, quella inconoscibile ad ogni senso umano. Dall’ampia vetrata guizzavano solo i bagliori malsani della distesa selvatica dell’acquitrino e là dove la vista comincia a smarrirsi e a concedere spazio all’interpretazione vide senza sorprendersi il riflesso della cancellata del suo vicino più prossimo. Cominciò ad essere vagamente insopportabile rimanere, anche perché il condizionatore era spento da un bel po’. Si infilò gli stivali impermeabili di iguana e imbracciò il fucile accessoriato di visore notturno. Scostò il pesante pannello del filtro anti-insetti e appena posato il piede destro nella fanghiglia fu assalito da una nube di zanzare giganti che festeggiavano l’ultima notte di ottobre schiantandosi a turno contro la lampada che illuminava l’ingresso. “Fottuta palude…”, pensò ad alta voce posando il sinistro oltre il destro, scatenando il regolare inseguimento dei suoi piedi diretto verso l’unica destinazione su cui istinto e ragione, per una volta, concordavano senza troppe storie.

2014-11-03 - #bosforo

Crackers

Il lato della palude che volgeva a nord era il più cupo e misterioso. Nessuno sapeva esattamente quanti loschi affari venissero conclusi, quante antilopi fossero vendute al mercato nero delle antilopi, quanta desolazione negli sguardi delle persone desolate si potesse misurare con un misuratore di desolazione oculare. I ricchi e potenti da anni avevano smesso di investire soldi per il recupero delle zone a “poco interesse economico e sociale”, forse l’invio di quel giovane funzionario rappresentava un’inversione di tendenza proprio ora che la seconda guerra era scoppiata ed era importante rendersi conto del limitrofo e del perimetrale. Ci si aspettava che l’inviato arrivasse con la marea delle 7, ricoperto di humus. Attraversare la palude a spinta non faceva per quei sofisticati e inesperti uomini di città’, abituati all’acqua calda senza carburi di cromo e al dolce benessere del superfluo. Chi viveva ai bordi della palude aveva fatto dell’umido uno stile di vita. Le persone più deboli erano marcite nei secoli, le persone più intelligenti erano andate via, ma gli individui più forti si erano adattati al clima e al disagio trasformando quel luogo inospitale in un luogo inospitale abitato. Insetti, predatori da acquitrino, macchine di acqua, e timo erano ovunque.

Catarifrancesco finalmente raggiunse un attracco più o meno sicuro, di certo non avrebbe potuto sperare di meglio. Un figura sciolta ma viva era gocciolante alla destra del palo attorno al quale per legge tutti dovevano girare prima di attraccare una qualsiasi imbarcazione da acquitrino. La zona portuale era molto movimentata, odori suoni e colori ravvivavano quell’angolo di mondo umido e caldo mentre le zanzare olifante ronzavano docili e tumultuose in un blu tendente al verde marcio. Nessuno presto’ troppa attenzione alla presenza di quel giovane diverso da ogni forma di vita locale, gli abitanti del luogo ormai avevano smesso di preoccuparsi di qualsiasi cosa fosse “invasiva”, la durezza della natura avrebbe prima o poi sistemato ogni intrusione. Catarifrancesco mise piede sulla banchina flottante con la stessa cautela di chi mette piede su una banchina flottante senza conoscerne la solidità. Passo dopo passo trascino’ la sua pesante valigia piena di documenti e vestiti indagando con lo sguardo a 180 gradi, trascuro’ ciò che stava alle sue spalle perché la palude era pur sempre la palude, e aveva speso quasi 4 giorni di navigazione su acquitrino. Una signora su una sessantina di fagioli ammaestrati, rotolanti a comando, si avvicino’ al giovane. “Benvenuto, cerca alloggio, antilopi o problemi?” chiese educatamente la donna. Catarifrancesco porse un documento ufficiale recante firma ufficiale del governo “Signora sono qui per conto del Ministero della Salute, devo studiare la zona e proporre un piano di miglioramento per la salute di tutti”. La signora incredula inizio’ a colpire ripetutamente con entrambe le mani le proprie gambe in prossimita’ delle tasche del suo vestito verde, dopo poco mise le mani in tasca e tiro’ fuori due manciate di crackers sbriciolati freschi, poi senza aggiungere altro invito’ il ragazzo a seguirla in una delle mille vie che come piccole arterie si ramificavano verso l’entroterra.

Catarifrancesco si trovo in poco tempo in una stanza che non avrebbe mai saputo raggiungere in uno dei palazzi non lontano dal porto, al sicuro e all’asciutto. Accese lo spegni agrumi e istantaneamente tutte le arance del giardino sottostante si spensero. Si mise a dormire sperando finalmente in una notte lunga e priva di umidità’, mentre i suoni della palude che per i precedenti giorni lo avevano allarmato ora lo accompagnavano in un umido abbraccio.

2015-01-13 - #Catarifrancesco

Platano

Gli occhi si aprirono all’unisono come due ninfee nere galleggianti sul volto torbido. I neurotrasmettitori eccitati diffusero nel suo corpo la sensazione che fosse tardi per qualcosa con la frenesia pettegola di una notizia scomoda fra paesani in piazza. Avrebbe voluto richiudere gli occhi, all’unisono, e riposare ancora qualche ora. Ma ormai era tardi, ed ecco forse spiegata la sensazione. Cercò qualcosa su quella pila di scatoloni che le faceva da comodino, con la mano aperta e la grazia di un pugile dilettante dopo un incontro truccato, senza trovarlo. Una volta in piedi l’assenza di uno specchio le impedì di trasalire di fronte ai suoi capelli, quel nido di filo spinato spuntato che non aveva mai covato una sola idea buona. Meglio così. Camminò sulle assi di legno umidiccio del pavimento, passò oltre il divano che le parve leggermente più voluminoso, raggiunse la cucina solo dopo aver sbattuto la spalla destra contro lo stipite della porta. Aprì il frigorifero, estrasse un solitario vasetto di yoghurt al platano la cui assenza decretò il vuoto sul ripiano, lo sbucciò, leccò avidamente il residuo addensato sotto la carta argentata. Il cassetto delle posate non conteneva alcun cucchiaino che avrebbe superato un test igienico. Provò a berlo, con lo stesso movimento che conosceva perfettamente se applicato al vetro della birra d’alce, ma considerò un imperdonabile affronto la viscosa ostilità con cui il fluido si attardava nel raggiungere la sua bocca divaricata. Scagliò il barattolo in una direzione fra le tante.

“I miei occhiali, dove cazzo sono i miei occhiali…”, si domandò ad alta voce ignorando qualsiasi aspetto della risposta. Poi fu come un pugno in faccia, una zaffata nauseabonda quasi le ferì le narici senza annunciarsi. Intuì potesse trattarsi del suo alito, se ne assicurò infilando un campione del suo fiato dentro la conca delle mani, e… sì, il corposo prodotto della decomposizione di qualcosa un tempo vivo si rafforzava ad ogni respiro. Il bagno poteva essere in qualsiasi parte della casa, trovarlo avrebbe richiesto una mappa che non avrebbe comunque potuto leggere. La necessità di un chewingum al mentritolo era irrimandabile. Si ricordò potessero essere sopra il ripiano, ma aprì per errore il coperchio della zuppiera con i manici in Liocorvo che come tutte le zuppiere in tutte le cucine dell’universo non aveva mai contenuto una zuppa. Proprio quella zuppiera su cui un saggio post it fluorescente ignorato con cieca noncuranza indicava “aprimi solo se mi vedi”. I preziosi fagioli rotolanti, quantificabili solo con l’imprecisione delle manciate, uscirono ordinatamente e discesero lungo i fianchi della credenza fino a formare un’organica legione davanti ai suoi piedi.

“Gli occhiali, accidenti, gli occhiali, devo trovare gli occhiali…”, si disse, sempre ad alta voce e sempre più certa di non avere alcuna idea di dove potessero trovarsi. I fagioli ormai erano azionati, sarebbe stato sciocco resistere alla pigrizia e così un semplice passo in avanti fu abbastanza per ritrovarsi più alta di ben due centimetri in altezza e sollevata dalla fine della preoccupazione per gli spostamenti. Rotolando verso l’uscita della cucina i fagioli incontrarono una chiazza di yoghurt al platano, e non c’è bisogno di spiegare come momento volvente ed attrito funzionino. Si ritrovò senza sapere come con la faccia adesa al portello del frigo e lo sguardo puntato su un foglietto a quadretti fermato a monte da una calamita a forma di zanzara. La calligrafia sgarbata e ossuta le ricordava che quell’uomo misterioso sarebbe attraccato da lì a poco. Un giovanotto che indossava abiti che non erano stati la pelle di un animale non era di certo passato inosservato al suo informatore turistico dall’altra parte della palude.

Non c’era da tempo da perdere, la perdita degli occhiali era già stata abbastanza. Il porto, doveva raggiungere il porto. Rotolò in salotto, fissò compiaciuta il poster di Ivana Spagna, una cantante italiana dimenticata dal cognome fuorviante, convinta di specchiarsi. Soddisfatta del volume della sua acconciatura stava ancora sorridendo quando l’eco di uno sparo in lontananza unificò l’acquitrino nel democratico silenzio che segue i rumori di quella natura. Il boato svegliò il divano che cambiò forma, si divise in due parti di cui una rimase educatamente al suo posto mentre l’altra si avvicinò bassa e scura oscillando l’estremità posteriore. Una massa mobile delle dimensioni di un grosso cane si accostò fino a inumidirle le ginocchia scoperte con una piccola massa delle dimensioni di una lingua.

“E tu da dove diavolo arrivi? Ma soprattutto, hai mica visto i miei occhiali?”

2015-01-19 - #Bosforo

Rame

La rapidita’ con cui il Colibri’ di palude acceca le proprie vittime prima di donare loro nuovamente la facolta’ di vedere e’ del tutto trascurabile. “Quante cose da imparare su queste terre selvagge” penso’ Catarifrancesco posando il pesante libro/guida che il Ministero gli aveva fornito come parte dell’equipaggiamento necessario alla sua impresa. Era ora di alzarsi dal letto e affrontare la prima giornata effettiva di lavoro. Si era fatto una vaga idea della geometria del posto, aveva memorizzato la forma del porto di attracco, aveva perfino pensato di seguire la scia di crackers sbriciolati lasciata dalla signora che lo aveva accolto la sera prima. Tutti questi pensieri svanirono all’istante quando, una volta messo piede fuori dalla stanza, vide quella curiosa figura immobile che lo fissava, quasi ad aspettarlo da ore, o da sempre. Ad un metro dalla porta della stanza un signore anziano proiettava la propria immagine con un proiettore di immagine personale, coperto di alghe verdi, impossibile dire dove finiva la barba e iniziavano le alghe, dietro di lui un gigantesco golem di prugne filtrava la luce e tingeva di riflessi viola la figura del vecchio. Catarifrancesco avrebbe dovuto stupirsi della cosa, magari anche urlare, ma aveva letto troppo bene il manuale e sapeva che per le persone anziane della palude avere un golem di frutta o verdura era cosa non solo tipica anche molto consigliata. Non ci fu l’imbarazzo che la scena avrebbe potuto dare e in pochi minuti Catarifrancesco si trovo’ a camminare di fianco al vecchio seguiti dal golem di prugne. Il gruppo percorse diversi camminamenti di legno, ponti di corda e tratti di palafitte altrui fino a raggiungere quella che doveva essere la dimora del vecchio, almeno le alghe e la quantita di prugne suggerivano questo al cittadino intuito di Catarifrancesco.

“Lei e’ qui per aiutarci, ma in realta’ ci distruggera tutti” disse una voce registrata, amplificata da due altoparlanti fissati ai lati della porta di casa del vecchio. Il ragazzo si senti’ subito in ansia, sapeva che la sua missione era tutt’altro che diplomatica, sapeva di dover andare a casa di tutti per compiere una sorta di censimento ed era vagamente al corrente del progetto ultimo del ministero….tanto valeva partire dalla casa del vecchio. “Signore non sia scontroso, io sono qui per aiutare, per darvi visibilita’ per darvi collegamento con il resto del mondo, non potete vivere cosi”. In quel momento si senti’ un gorgoglio e dalla parte di palude subito di fronte alla casa del vecchio un fragoroso vortice melmoso monopolizzo’ l’attenzione del ragazzo. Egli instintivamente fece un passo indietro finendo coperto di prugne appiccicose essendo entrato nel golem. Il vortice si allargo’ sempre di piu’ fino a rivelare una sorta di passaggio segreto direttamente nell’acquitrino. L’acqua sporca e densa di cose continuava velocmemente ad allargare la circonferenza del vortice, mentre una botola color rame, con un oblo’ nella sua sommita’ si fece via via accessibile.

“Scendi nella botola giovane ragazzo, e che tu possa cercare quello che torvi” disse il vecchio prima di sparire dentro la propria abitazione.

2015-01-23

Carota

“Lo assaggi, signor Catarifrangesso, e mi dica sinceramente”, sospirò il Megatribuno dopo aver sospinto con inesorabile leggerezza un piatto tondo verso il lato opposto al suo della megascrivania in liocorno. Una sottile colonna di fumo s’innalzava silenziosa e verticale da un cosciotto di stambergo alla Tourandot in cornucopia a sfoglia integrale. Un filo impalpabile di salsa Papèl attraversava quel taglio magro di carne e proseguiva nel lato sgombro del piatto a formare due impeccabili cerchi concentrici contenenti le lettere maiuscole M e C, il logo della MegaCombo International. I cinque sensi di Catarifrancesco erano talmente appagati che non sarebbe stato in grado di elencarli. Mai si sarebbe aspettato tutto questo dalla convocazione ufficiale nella Megasala al 137esimo piano della Megasede direzionale. Il Megaascensore a peumoasportazione bilanciata saliva silenzioso e verticale, affacciato su una compatta parete arancione fluorescente che solo intorno al 48esimo piano cominciava ad assottigliarsi facendo intravedere l’orizzonte attraverso una fitta pioggia di quelli che sembravano residui di carota. Catarifrancesco, preoccupato dal sorprendente invito e ipnotizzato dalla cascata colorata stava ancora pensando se il Megaascensore contenesse o meno due ‘a’ minuscole attigue quando la sua corsa si fermò proprio a fianco di un gigantesco tubo cromato dal quale venivano espulsi quei coriandoli commestibili. Il Megatribuno accolse il suo ospite allungando la mano destra verso di lui prevedendo un analogo movimento speculare. E così successe. “Salve Catarifrantoio, ho sentito spesso parlare di lei anche se non ricordo in che termini. Prego, venga, le mostro il mio ufficio”. Il corridoio che nasceva in quel punto presentava una lunga cucina lineare a coprire l’intero lato sinistro. “Sa, fin quando questo antiquato Megaascensore non sarà sostituito, ci vorrà troppo tempo per raggiungere il suolo. Il mio alto senso di democrazia mi impone una pausa pranzo della stessa durata di quella dei miei sottoposti. E la mia floreale ricchezza mi ha imposto di acquistare il meglio della tecnologia disponibile per cucinare qualche piatto semplice direttamente qui”. Catarifrancesco era sbalordito e guardava con ammirazione macchinari di cui aveva soltanto sentito parlare: l’impastatore panegirico, la macchina per caffè raffermo, lo scassatartarughe bivalva. “Seguo una rubrica di cucina radiofonica alla sera, si chiama ‘Io cucino’, ma i miei risultati sono ancora lungi dall’essere soddisfacenti”, proseguì il Megatribuno mentre camminavano affiancati verso il cuore dell’ufficio prima di portare l’attenzione del suo ospite anche verso il lato destro del corridoio. Un’interminabile teca in stile Manuzio II esibiva una museale collezione di insetti svenuti, sovrastata dalle tavole anatomiche originali del Metternich, il famoso statista entomologo. “Vede mio caro Catarifratello, lo studio delle creature più piccole è fondamentale nel nostro settore industriale. Le alterazioni che l’uomo porta all’ambiente si riflettono sui suoi abitanti e cominciano ad essere evidenti a partire dalle forme più semplici della catena alimentare”. Catarifrancesco, era sempre più confuso sull’ortografia del suo nome e passava in rassegna minuscoli mostri dai nomi complicatissimi di cui aveva ignorato fino ad allora l’esistenza. Ma lo scrosciante rumore schiumoso tipico di qualcosa di molto freddo a contatto con qualcosa di estremamente caldo richiamò l’attenzione dei due: un frutto maturo della pianta di bamburgher era caduto sulla piastra sottostante, e come si sa va cotto istantaneamente prima che diventi tossico. Il Megatribuno fece accomodare l’ospite alla sua scrivania adeguatamente apparecchiata, al centro della quale un cubo illuminato da un neon azzurrato conteneva ciò che la targhetta sottostante indicava come “Zanzara Olifante temperata, acquitrino, 1835”. “Questo che ha l’onore di vedere, Catarifrastuono, è il primo esemplare catalogato dal lungimirante Metternich. Capirà lei stesso la differenza con i soggetti attuali non appena raggiungerà l’acquitrino. La sua missione è di vitale e mortale importanza al tempo stesso”, illustrò il Megatribuno mentre distribuiva equamente lo stambergo nei due piatti. “Troverà tutte le risposte alle domande che non si ancora posto nell’opuscolo che le verrà consegnato all’uscita. E con esso i documenti falsi, le autorizzazioni illegittime, le coperture da utilizzare per tranquillizzare gli abitanti del luogo e un buono sconto del 15% sull’acquisto di una damigiana di insetticida”. Il Megatribuno si estese fino a collocare il piatto piano davanti a Catarifrancesco, le sue mani molto vicine emanavano un rassicurante sentore di carota. “Lo assaggi, signor Catariframmento, e mi dica sinceramente”.

2015-03-15 - #Catarifrancesco, #Megatribuno

Sottosuono

“Io fui concepito, in quanto suono, dal vibrare sconsolato di una ringhiera di ferro, mentre ivi venia percossa dal piede maldestro di Catarifrancesco, steso sul fondo di una botola circondato da MelmaggineVerdeUltra, l’ultimo ritrovato in fatto di melme!!”.

Catarifrancesco disattivò quel maledetto Generatore di Realtà Poetica e Pubblicitaria che di certo era stato attivato dalla caduta. L’impossibilità di usare mine da carro aveva spinto a misure estreme coloro che nel sottosuolo necessitavano ordigni a pressione, il GRPP una delle armi più in voga nel sottosuolo della palude, molto più al di sotto della palude.

Poche settimane fa Catarifrancesco si trovava nel suo asciutto e invitante micro attico sulla torre degli scacchi della riproduzione in scala 1 : 10^5 in cemento, acciaio e LED nella città di Scacchiera in provincia di Milano, una città dove per vivere nel Cavallo dovevi almeno possedere un Triplano da collezione appartenuto della Regina Fossile, tanto per citare un oggetto da collezione posseduto da pochissimi facoltosi ed esuberanti collezionisti.

Catarifrancesco ora avvolto dalla melma di marca, deciso a portare a termine la sua missione, a fatica si alzò e accese la torcia notando poco dopo che la sua tibia destra era frantumata, sanguinante e traboccante di vermi. Lanciò un urlo, subito la gamba tornò normale e qualcuno nascosto nelle vicinanze aveva improvvisamente smesso di puntargli un Visualizzatore di Schifo Peso laser addosso. “Chi sei, cosa vuoi zio belve vieni fuori”, tuonò Catarifrancesco terrorizzato. Un’enorme fetta di elefante fritto con burro, mascarpone, uova servito con zuppa di feci si materializzò di fronte al ragazzo che cadde nuovamente a terra in preda al panico.

“Spegni quel coso cazzo, sono qui con un regolare permesso, perché mi fai questo”. Una voce educata ma scherzosa rispose: “Vuoi dire che i miei articoli non ti sono piaciuti? Sono un venditore di Cose Inventate da Qualcuno Ma Vendute da Me, sai la rivista, se cerchi qualcosa qua sotto io probabilmente ne ho 4 di scorta, mi chiamo Mappeo, benvenuto ad Aquitrinia. “Antica colonia abbandonata Romana”, il manuale parlava chiaro.

2016-02-16 - #Catarifrancesco, #Mappeo

Onice

Raggiunse in brevissimo tempo la cancellata in onice del vicino nonostante orde disordinate di zanzare olifante aggredissero la sua faccia come la folla inferocita al negozio di attrezzi da acquitrino il giorno degli sconti. Anomino, probabilmente si chiamava così. Lo aveva incrociato per caso l’anno prima durante il trasloco. Era stato di poche parole, anzi di nessuna parola, non aveva detto niente. Incontrò il suo sguardo mentre scaricava dal furgone dell’impresa un enorme ciclodistanziere a promiscuità separata. Tre golem di prugne afferravano le altre tre estremità del congegno mentre cercava di estrarlo dal camioncino sulla cui fiancata si stagliavano le lettere M e C stampate in font governativo a dimensione ventimilasettecentotrentasei. Gli parvero strane quelle lettere, le aveva già viste da qualche parte anche se non ricordava dove. Gli parve curioso anche quell’apparecchio, chissà cosa se ne faceva un agricoltore in una cascina che si affacciava sulla più estesa piantagione di alghe da riso filato della palude. Gli parvero bizzarri anche tutti quegli animali impagliati distribuiti nel giardino in attesa di collocazione: un raro ibis biscottato della Guinea, due superbi elefanghi goliardi, un castorto fiammingo e altri rarissimi esemplari di faune lontane e quasi sconosciute. Ma la voce di una donna lo richiamo dall’interno della casa: “Anomino! Corri, il golem insiste per riposarsi in frigo… ho appena finito di pulirlo!”. E Bosforo, a cui stava facendo il rodaggio alle nuove sottozampe in mescola intermedia adatte a tutte le superfici, aveva segnalato un’anomalia magnetica ed era meglio rientrare. Già, Bosforo, chissà che fine aveva fatto, era meglio far presto. Avvicinandosi all’entrata arracando tra le pozze e le fronde melmose delle betulle vide il vicino sbucare dal retro. Non era il classico appuntamento romantico: solide sbarre di sette metri separavano un uomo in capello di quinoa che imbracciava un attrezzo da acquitrino da un altro uomo in stivali impermeabili di iguana con un fucile da caccia all’alligatorchio che spuntava oltre le spalle. Il ronzio di legioni di zanzare olifante, il ribollire della fanghiglia, i canti impercettibili delle mondine nelle risaie sconfinate, il ticchettio spettrale della meridiana a bruma meccanica, la flessione dei giunchi sotto il peso delle rane obese, tutto questo impediva il silenzio. Agganciarono uno sguardo compreso tra due sbarre d’onice, uno sguardo di cui entrambi avrebbero fatto a meno. Nessuno dei due sapeva da dove cominciare, non c’era modo di rompere il ghiaccio, dato che a quella temperatura era comunque impossibile ottenerlo. L’unica cosa a rompersi fu la tranquillità della palude infranta dall’eco sferico di uno sparo non troppo lontano, fulmineo, disturbante e non annunciato come la visita di un vicino sgradito. Gli sguardi partirono paralleli diretti all’invisibile sorgente di quel suono mentre stormi sparpagliati di poiane flatule fuggivano nella direzione opposta.

2016-02-16 - #Bosforo